Bugada
Testimonianza


Mariella Ottolini, Una retrospettiva dell'artista - Carlo Bugada al Museo Civico
"Il Risveglio", a. 88, n. 17, Fidenza, 8 maggio 1987.

Nei giorni 16, 17 e 18 maggio prossimi, a Monticelli d'Ongina … saranno inaugurate le nuove sale del Museo Civico, nella Rocca Pallavicino-Casali, con una retrospettiva del pittore cremonese Carlo Bugada.
Di Bugada artista, della sua poesia, hanno già scritto in modo esauriente i critici, in occasione delle due uniche personali del 1973 (quando Elda Fezzi lo scoprì, a un anno dalla morte) e delle varie mostre postume (con particolare riguardo alle Comunali del 1975, di Milano e di Cremona).
Io vorrei solo aggiungere qualche parola nella veste di protagonista del mondo semplice e fuori tempo che le sue tele ci ripropongono.
Lui stesso, del resto, è sempre stato un fuori tempo; così come la terra dei suoi dipinti è una terra che qualcuno ha acutamente definito «pre-fertilizzanti» e le sue figure vanno ancora a piedi e non conoscono la televisione. A questo proposito è significativa l'analogia, denunciata da Fausta Fano, tra la tematica e lo spirito della sua opera e quelli de «L'albero degli zoccoli» di Ermanno Olmi.
Nel nostro mondo - freddo, pratico e un po' crudele - lo zio in effetti non si è inserito mai. Mentre i suoi simili rincorrevano più o meno affannosamente il successo, lui ne rifuggiva con la stessa pervicacia.
Era indifferenza? Distacco? Paura? Forse saggezza.
Sua preoccupazione di sempre è stata quella di non occupare spazio, di non fare rumore. E come è vissuto, così, silenziosamente, se ne è andato in punta di piedi.
Ma se è vero, come credo, che noi siamo le nostre opere, il capitolo Carlo Bugada non è un capitolo chiuso. Continua nei Musei, nelle Gallerie e in tutte le case amiche che ospitano i suoi quadri.
Pochi mesi prima di morire, rispondendo a Raffaele De Grada che lo presentava a Brescia, nella seconda ed ultima personale a cui la mia insistenza lo aveva costretto, ebbe a dire che l'intento di tutta la sua vita era stato quello di accostarsi all'arte. Non sapeva, nella sua schiva umiltà, se con risultati positivi o meno.
Ebbene: oggi, i sapienti per competenza, i profani per intuizione, sanno che il suo intento può considerarsi felicemente raggiunto.





Mariella Ottolini.
"Carlo Bugada - La passione e la regola", catalogo, Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano, 1996.

Carlo Bugada nasce a Cremona, nella cascina e fra la gente che costituiranno poi uno dei temi fondamentali della sua pittura, il 17 dicembre 1903. Ultimo - e unico maschio - dei quattro figli di un agiato agricoltore, ha praticamente il destino segnato: studi classici e susseguente laurea in agraria. Ma già al ginnasio la sua inclinazione più viva è quella di ritrarre, più o meno caricaturizzati, i professori. Segue con profitto le materie di studio (e non cesserà mai di coltivare i classici latini e greci), ma dell'agraria e di tutto quello che è pratico non gli importa proprio niente. Così, appoggiato dalle sorelle e col consenso rassegnato del padre, si avvia alla pittura. Primo maestro il pittore Vittori, "un notevole artista cremonese - scrive Giorgio Mascherpa - da cui certo gli derivò quella osservazione acuta della natura, delle cose silenziose e sode, come imbevute di luce". Si iscrive quindi all'Istituto statale d'arte Toschi di Parma: due anni alla scuola di De Strobel e Baratta (condiscepolo Vernizzi); e infine all'Accademia di Brera, dove si diploma nel 1927 sotto la guida del pittore Alciati. Gli sono compagni De Rocchi, Usellini, Moro, De Amicis.
Tornato a Cremona, nella sua bella casa ai margini della città (ne parla il professor Taglietti nei suoi studi su Cremona), si accosta agli artisti locali: Sartori, Bertazzoli, Bonacina, Guarneri, coi quali partecipa all'istituzione della sezione cremonese del Sindacato regionale di belle arti.
Nello stesso periodo gli artisti e gli organizzatori del Milione di Milano (Del Bon, Ghiringhelli) setacciano la provincia lombarda alla ricerca di nuove leve promettenti, e a Cremona scelgono lui. Così per qualche anno (dal 1928 al 1936) Bugada è presente nelle mostre regionali di Cremona e di Milano. Ecco perché nel 1975, quando - lui morto e ancora ignorato, o quasi - il Comune di Milano gli dedicherà un'antologica alla Permanente, un vecchio custode della stessa, vedendo scaricare un ritratto di me bambina e una poetica Aia, esclamerà commosso, lasciandomi allibita: "Ma questo è Carlo Bugada! Io lo conosco!" Ed è veramente incredibile che qualcuno conosca Bugada, perché dal 1936, quando una miope giuria cremonese gli respinge quello splendido dipinto che sono le Baracche lungo il Po (rivisto e ammirato nella rassegna dedicata da Cremona e Elda Fezzi nel febbraio 1995), mio zio non ha esposto più. Un po' amareggiato (ma neanche tanto, direi) conclude: "Sono troppo nuovo per loro"; e questa è la scusa per chiudersi in quel suo bozzolo che gli è, tutto sommato, congeniale. è sempre stato, in efffetti, un poeta solitario per il quale non hanno avuto interesse né la fama né il denaro. A quell'epoca i mezzi non gli mancavano, ma anche quando più tardi la situazione economica diviene precaria (perduti terreni e cascina, non gli resta ormai che la casa) questo non incide sulla sua filosofia, né vale a fargli intendere che le sue opere si potrebbero anche vendere. Che lo facciano i suoi amici può essere, ma perché, dice, loro sono speciali. Non capisce che lo speciale è lui, che è e rimarrà sempre un "fuori tempo", che in questo nostro mondo - freddo, pratico e un po' crudele - non saprà inserirsi mai. La sua sola preoccupazione di sempre è quella di non occupare spazio, di non fare rumore, fino all'uscita di scena, in punta di piedi.
La fata benefica, la cui squisita e intelligente sensibilità sa trarlo dal suo lungo silenzio un anno prima della morte, è Elda Fezzi. Non so con quali sortilegi, avendolo scoperto per caso, sa convincerlo a lasciarsi vedere dai cremonesi a Palazzo Martini e, qualche mese dopo, alla San Benedetto di Brescia, presentato da Raffaele De Grada. L'offerta successiva del Comune di Milano cade comunque nel vuoto. Ringrazia, ma è fermo: "Lasciatemi morire in pace e poi farete con le mie cose quello che vorrete." Ed è quello che avviene. Il 4 febbraio 1974 un ictus se lo porta via, e nel giugno 1975 c'è la prima antologica postuma alla Permanente, sorprendentemente frequentatissima.
Temi della sua pittura: la cascina, la sua casa e la campagna cremonese, osservate - e amate - in ogni loro recesso, indefinitamente (L'albero degli zoccoli di Olmi trasposto in pittura).
Negli ultimi anni il ritorno a Milano, nella zona di Brera (dove - morta la sorella - vive con me), lo riporta ai luoghi della giovinezza. Dalla prigione milanese (notare il motivo ricorrente delle sbarre che gli filtrano la realtà esterna) guarda con amore alle vecchie case, con tristezza alle nuove (così anonime e squallide nella loro pretenziosità), e sogna la sua campagna, con tutta quell'aria ossigenata e trasparente, che si fa, nel ricordo, sempre più mitica.
Ritrova gli amici di Brera e riprende a frequentare le gallerie. In occasione di una mostra di Cassinari, richiesto dal gallerista Levi di un giudizio su eventuali differenze fra la tecnica dell'artista e la sua, nota fra l'altro che Cassinari, come la maggior parte dei pittori moderni, ama e usa i colori del tubetto, mentre lui ha sempre necessitato di colori suoi. Ecco di dove nascono il singolare "rosa Bugada" e certi sussurrati toni che lo caratterizzano.
Infine l'ultima tappa: la Liguria. Per consentire un po' di aria buona ai suoi polmoni, minati quando era ragazzo dalla "spagnola", acquisto un orribile buco nel centro di Rapallo che io chiamo "la tomba". Ha tuttavia il vantaggio di permettergli di circolare nel Tigullio con la sua fedele e agile cassetta (ormai il cavalletto e le tele sono troppo pesanti da trascinarsi dietro). Ed esplodono gli acquarelli. Che Rapallo gusterà nel 1991 in un'antologica comunale nell'Antico Castello.